Sulla strada del wët wët fxi’zenxi. Per un’etnografia della resistenza nel Cauca colombiano

Tesi di laurea magistrale di Francesca Consogno
Corso di laurea magistrale in Antropologia culturale e etnologia
Facoltà di Scienze giuridiche, politiche e economico-sociali
Università di Torino
Relatore: prof.ssa Ana Cristina Vargas Montoya
Correlatore: prof.ssa Anita Silvietta Giletti
Anno accdemico: 2015-2016

Toribío o, come tristemente conosciuto dai media colombiani, La Bagdad del Cauca, è un paese di circa 30.000 abitanti, situato nel Nord del dipartimento del Cauca, nella zona Sud-Ovest della Colombia, composto da tre resguardos indigeni di origine coloniale: Toribío, San Francisco e Tacueyó, ciascuno di essi amministrato dal proprio Cabildo. La strada che conduce al paese è un susseguirsi di tornanti a gomito arroccati lungo il ripido pendio delle montagne della Cordigliera Centrale, affacciata su impetuosi fiumi che dall’alto sembrano poco più che ruscelli, disseminata di murales effettuati a bomboletta spray riportanti la scritta “Farc-Ep”.
Affrontare il tema della resistenza politica nel contesto del Nord del dipartimento del Cauca porta il ricercatore a confrontarsi con la complessa realtà locale e cercare, per prima cosa, di definire il ruolo giocato da ciascuna parte coinvolta. Al centro di una disputa che dura ormai da mezzo secolo, il territorio in questione è conteso dai tre principali protagonisti del conflitto colombiano: Farc, acronimo di Forze armate rivoluzionarie della Colombia, narcotrafficanti ed esercito nazionale. La popolazione civile, composta per il 99% da indigeni di etnia nasa, si trova impegnata nel difficile tentativo di preservare la propria cultura ancestrale. L’oggetto della tesi verte sull’analisi delle differenti strategie di resistenza politica e culturale adottate dalla popolazione indigena nasa, con un approfondimento sul processo pedagogico avanzato dal Cecidic, Centro per l’educazione e la ricerca per lo sviluppo integrale della comunità. Grazie al finanziamento ottenuto con la partecipazione al bando Tesi all’estero promosso dal Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino ho avuto l’opportunità di approfondire in loco il tema della ricerca durante un soggiorno complessivo di tre mesi. Dopo un’analisi storica, che ripercorre le tappe principali del conflitto colombiano, il lavoro di tesi si concentra su alcune strategie di lotta e sul ruolo che ha avuto il Cecidic nella costruzione del ‘soggetto politico indigeno’.
“Resistere per proporre un’altra maniera di vivere”, come sostenuto dal mio interlocutore Tomas Pato Paru, rispecchia esattamente l’intenzione alla base dei differenti movimenti di lotta politica sorti nel territorio. Sebbene in un primo momento la popolazione indigena avesse addirittura dato vita a un proprio movimento guerrigliero, il Movimento Armato Quintín Lame, a metà degli anni Ottanta i leader politici decisero di porre fine al glorioso passato combattivo, per lasciare spazio a quella che viene definita “resistenza non violenta”, caratterizzata da azioni di sabotaggio, ri-appropriazioni territoriali e manifestazioni senza l’utilizzo di alcun tipo di violenza. Coerente con questa prospettiva divenne il recupero della memoria storica, mitica e culturale finalizzata a rafforzare il senso di appartenenza collettiva e a ristabilire le regole della nuova lotta politica sul territorio.
Il muralismo, il lavoro comunitario, la guardia indigena, le azioni rituali costituiscono esempi che rientrano nell’ampio paradigma della resistenza culturale non violenta esercitata dalla popolazione di Toribío. In particolare il muralismo, corrente artistica nata in Messico negli anni Trenta del Novecento e fortemente compromessa politicamente fin dalle sue origini, da qualche anno è diventato per la popolazione uno degli strumenti per marcare i confini geografici a fronte dell’usurpazione violenta esercitata nel corso degli anni dai differenti attori armati presenti sul territorio. Il ricorso a questa particolare strategia riecheggia un’altra tecnica pittorica: il petroglifo. Utilizzata fin dai tempi del cacicco Juan Tama de la Estrella, celebre per aver riunificato i tre resguardos che compongono l’attuale municipio nel 1771, questa tecnica viene impiegata proprio per marcare i confini territoriali del resguardo indigeno. L’importanza di questa strategia risiede nel contrastare in modo pacifico la forte presenza della guerriglia, segnalata graficamente dall’utilizzo di “firme” lasciate sui muri delle case. Tali gesti, apparentemente innocui, racchiudono un connubio simbolico fatto di violenze e privazioni, che hanno portato ad uno sconvolgimento e una definitiva rottura del “normale” rapporto che gli abitanti di Toribío hanno con il loro spazio geografico e culturale. Quello che potrebbe essere considerato semplicemente un atto di vandalismo, diventa quindi espressione di una appropriazione violenta avvenuta senza “chiedere permesso” agli spiriti che proteggono il territorio. Una violazione che, andando ben oltre la semplice demarcazione territoriale, entra a minare il tessuto culturale della popolazione indigena: una semplice firma posta a ricordare chi realmente governa sul territorio.
Allo stesso modo l’atto di pedir permiso agli spiriti, momento cruciale dei rituali, e il recupero di antiche tradizioni, come il lavoro comunitario, chiamato in spagnolo minga, diventano manifestazioni di una pacifica rivendicazione culturale e territoriale e di un’opposizione costante a un modello egemone e individualista.
Lo strumento che ha espresso maggiore efficacia nella sensibilizzazione di buona parte della popolazione è stato l’educazione. La fondazione del Cecidic nel 1991 ha segnato un profondo cambiamento per il movimento di resistenza indigeno. Composto da 5 differenti scuole, il Cecidic si propone di fornire ai suoi studenti una formazione completa sugli elementi fondamentali della tradizione nasa, ponendo la pedagogia al servizio della lotta politica allo scopo di costruire il nuovo “soggetto politico indigeno”, con l’obiettivo di definire una nuova identità indigena che faccia capo ad alcuni pilastri fondamentali: avere un territorio, una lingua, una visione o un pensiero politico, appoggiare le istituzioni locali. Inoltre, i concetti di politica e cultura, espressi rispettivamente in nasayuwe con le formule wet wet fxi’zenxi, traducibile con la buona vita, o buen vivir e wet uskiwe’ nxi, letteralmente traducibile con “il risultato di vivere in armonia con il territorio”, avvalorano ulteriormente la profonda relazione esistente tra questi due aspetti.
Ciò che il Cecidic si propone di fare attraverso ciascuna singola scuola è proprio questo processo di ri-attualizzazione della cultura ancestrale come forma di resistenza non violenta nei confronti di un conflitto armato che ormai dura da oltre cinquant’anni. L’insegnamento del fanciullo viene rifondato a partire dal tul, orto medicinale e agricolo, il cui primo contatto avviene con la semina del cordone ombelicale sxab wes pedaya, allo scopo di riconnettere il bambino alla madre terra che lo ha generato.
Questi piccoli atti diventano espressione di una coscienza politica profonda: riconoscersi come parte di una tradizione da preservare allo scopo di garantirsi il diritto all’autodeterminazione.
Note biografiche sull’autrice
Francesca Consogno è neolaureata presso l’Università degli studi di Torino.
Per contattare l’autrice:
francesca.consogno [at] gmail.com

Francesca Consogno