Modelli di sviluppo, crisi e mobilitazione sociale nell’Argentina contemporanea. Il caso delle lotte per il recupero del lavoro e del territorio

Tesi di laurea magistrale di Elisa Spina

Corso di laurea in Discipline economiche e sociali per lo sviluppo e la cooperazione

Facoltà di Economia

Università della Calabria

Relatore: prof. Carmelo Buscema

Correlatore: prof. Paolo Caputo

Anno accademico: 2010-2011

L’oggetto della tesi è la comprensione delle determinanti sistemiche (storiche, geopolitiche ed economiche) che portarono alla crisi che esplose in Argentina nel 2001 e le reazioni della società di fronte a tale crisi. Alla luce di quest’analisi si è approfondita la lettura di due esperienze di mobilitazione sociale: le imprese recuperate dai lavoratori e le lotte per il recupero delle terre ancestrali delle comunità indigene argentine.
Nella prima parte l’analisi si è concentrata su tre assi principali.
Nel primo, seguendo l’analisi marxista di David Harvey, si è individuato il carattere strutturale delle crisi economiche che è ritrovabile nel meccanismo di accumulazione ininterrotta di capitale come motore della storia umana recente (D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano, 2010).
Nel secondo si è tentato di giungere ad un posizionamento storico dell’Argentina, nello scenario geopolitico internazionale, inteso come Paese soggetto, nei diversi periodi storici a dominazioni di diverso tipo, che non sono terminate con il raggiungimento dell’indipendenza dalla corona spagnola ma si sono rivestite di nuove giustificazioni, che di fatto non ne hanno cambiato la sostanza: asservire i territori e le popolazioni all’accumulazione di capitale, osteggiando chi si pone al di fuori di questa logica.
I metodi utilizzati, come detto, sono cambiati nel tempo: vanno dall’annichilimento degli indigeni, che formavano vere e proprie civiltà, fino alla depredazione attraverso il sistema del credito, che ha raggiunto livelli di massa durante il modello di valorizzazione finanziaria e di aggiustamento strutturale, per arrivare ad una sorta di modello misto di depredazione finanziaria legata alle risorse naturali.
D’altra parte, l’attuale fase storica del capitalismo mondiale sta evidenziando un graduale spostamento di egemonia dall’Occidente extraeuropeo verso l’Oriente, e la congiuntura economica di straordinaria crescita dell’Argentina, e più in generale dei Paesi esportatori di materie prime, sembrerebbe dipendere in gran parte dalla domanda cinese, creando quello che Svampa definisce il Consenso delle commodities.
Nel terzo si è affrontata la questione dello sviluppo e dello Stato, inteso quest’ultimo come agente fondamentale dello sviluppo, analizzando il modo in cui cambiano le definizioni delle cause del sottosviluppo in base ad una diversa concezione di Stato e delle relazioni fra Stato e mercato.
Fornito il quadro teorico che nei diversi periodi ha guidato la classe politica argentina nella formulazione di politiche pubbliche e nell’affermazione dei diversi modelli di sviluppo, si è tentata un’analisi dei modi di sviluppo storicamente determinati. L’analisi ha messo in luce come alla posizione subordinata nel panorama geopolitico mondiale si unisce l’esistenza di classi dirigenti autoctone interessate a salvaguardare e a riprodurre interessi particolari a scapito del benessere collettivo.
Si è partiti dall’industrializzazione per sostituzione di importazioni, databile orientativamente fra il 1930 e il 1976, passando al modello di valorizzazione finanziaria e di aggiustamento strutturale, iniziato bruscamente con la dittatura militare e giunto al suo apogeo nel decennio menemista che ha costituito le basi del collasso sistemico, non solo economico, ma anche istituzionale, politico e sociale d’inizio secolo XXI, per giungere all’ultimo decennio in cui, nonostante la crescita economica, erano presenti diverse contraddizioni, alla cui base si ritrovava lo sfruttamento aggressivo delle risorse naturali sulla spinta della speculazione finanziaria e del boom dei prezzi delle materie prime.
Nella seconda parte ci si è soffermati sulle risposte sociali alla crisi.
Assumendo che dal 1976, data d’inizio dell’ultima e più cruenta dittatura militare, in Argentina ha avuto luogo una costante compressione, non solo dei salari, ma anche degli spazi di partecipazione politica e sociale, si è analizzato sinteticamente l’universo dei movimenti sociali sorti intorno alla crisi del 2001, provando a rispondere alla domanda: cosa resta di quei movimenti a dieci anni dal 19 e 20 dicembre 2001, giornate di rivolta popolare che inaugurarono uno dei periodi più vivaci della partecipazione sociale alla vita politica del Paese?
In una fase di stabilità istituzionale, a un decennio dal default, e con il permanere di ampie sacche di disuguaglianza, lo Stato si è dimostrato un interlocutore capace di cogliere le istanze sociali dei movimenti o ha solo tentato di “governarli” per annullare i loro effetti anti-sistema?
La presenza di un governo apparentemente progressista che intavola un discorso di difesa dei diritti umani e di inclusione sociale si va a scontrare con l’affermazione di un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento delle risorse naturali a tutti i costi.
È sulla base di queste riflessioni che si sono presentati due esempi di mobilitazione sociale che si sviluppano come meccanismi di difesa agli attacchi e alla penetrazione del capitale finanziario: le imprese recuperate dai lavoratori, definite come imprese a gestione collettiva dei lavoratori, originatesi da un’impresa anteriore di gestione privata, e le lotte per la terra dei popoli indigeni.
Per quanto riguarda le imprese recuperate è immediato il nesso con i processi di deindustrializzazione e di distruzione del tessuto produttivo reale in favore del capitale finanziario in atto dalla dittatura militare fino al 2001 e oltre.
Che dire delle lotte dei popoli originari per la difesa non solo della terra, ma anche del proprio stile di vita?
Le lotte dei lavoratori e dei popoli originari per recuperare il lavoro e la terra si possono leggere parallelamente nella misura in cui vanno nella direzione di una riappropriazione dei mezzi di sussistenza. Gli operai si riappropriano della fabbrica, gli indigeni lottano per riappropriarsi della terra che da sempre abitano e di cui vivono.
È interessante riflettere anche sullo sviluppo temporale delle due esperienze.
Le imprese recuperate hanno visto la loro massima diffusione negli anni in cui venne alla luce in tutta la sua pienezza l’insensatezza del modello di valorizzazione finanziaria e aggiustamento strutturale. Fu in quel frangente che avvenne la ricostruzione dei legami sociali lacerati dall’imporsi di una modernizzazione excluyente basata su crescita economica e polarizzazione sociale.
Come nel 2001-2002 gli operai delle fabbriche fallite vivevano un profondo disagio dovuto al progressivo deterioramento delle condizioni lavorative, oggi i popoli originari vivono una condizione di profondo disagio sociale che andrà peggiorando fintantoché sussisterà la volontà politica ed economica di sfruttare “tutto lo spazio economicamente utilizzabile”, senza curarsi delle conseguenze sociali e culturali.
In questo contesto si è presentato il caso della cooperativa La Nueva Esperanza e il caso della comunità indigena Qom Potae Napocná Navogoh.
Queste forme di resistenza rappresentano, in un contesto geografico caratterizzato dall’estrema aggressività del capitale, l’espressione della lotta di uomini e donne che si oppongono alla pervasività delle azioni dei detentori del potere economico e politico e che cercano di migliorare le proprie condizioni materiali e spirituali.
Lo fanno attraverso nuove forme di agire economico e preservando uno stile di vita ancestrale, legato ai valori della terra.

Note biografiche sull’autrice
Laureatasi in Discipline economiche e sociali per lo sviluppo e la cooperazione presso l’Università della Calabria, frequenta il master internazionale di II livello in Sociologia, teoria, metodologia e ricerca presso l’Università Roma Tre.

Per contattare l’autrice:
spinaelisa [at] gmail.com

Elisa Spina