Radici e storia della negritudine in Colombia: Obeso, Artel, Zapata Olivella

Tesi di laurea di Eleonora Melani

Corso di laurea in Studi sulle Americhe

Facoltà di Lettere e filosofia

Università: Università degli studi di Firenze

Relatore: Prof. Martha Canfield

Correlatore: Dott.ssa Silvia Lafuente

Anno accademico: 2007/2008

La tesi affronta il tema della negritud in Colombia; un argomento trattato in diversi ambiti e da diversi Autori in riferimento soprattutto alle isole caraibiche, Cuba e Portorico in particolar modo. La Colombia, pur facendo parte della Cuenca del Caribe e pur essendo stata, tanto quanto le suddette isole, destinazione delle navi negriere, non ha visto approfondire né questo tema, né i suoi esponenti più rilevanti. Ho scelto tre fra gli Autori afrocolombiani più importanti, dedicando a ciascuno un capitolo della tesi.
Tuttavia, prima di parlare di Obeso, Artel e Zapata Olivella e della loro attività di letterati, il mio lavoro traccia un percorso storico-culturale della negritud, il cui concetto si è profilato in ambito avanguardista e il cui termine è stato coniato dal martiniqueño Aimé Cesaire in Francia (è infatti la traduzione del francese négritude) all’interno della rivista letteraria L’étudiant noir. Aimé Cesaire voleva recuperare le radici africane cadute nell’oblio. In letteratura si era sempre parlato della figura dell’africano, ma questa era sempre stata vista come lo stereotipo del primitivismo e della superstizione, svincolata da ogni possibile formazione di concetto culturale, anche dopo l’abolizione della schiavitù. Solo dopo il Romanticismo si vide per il nero la possibilità di confrontarsi con la società e di parteciparvi come cittadino libero.
Accanto al concetto di negritud illustro, quindi, anche quelli paralleli di negrismo e Afroamérica, molto vicini fra loro, ma con una differenza fondamentale: mentre negritud e negrismo ricercano l’identità nera, i valori culturali sepolti (ma non cancellati) senza portare avanti una rivoluzione sociale, né di classe, Afroamérica partì dall’affermazione di quella stessa identità per risalire poi alla rivendicazione e alle lotte sociali. Successivamente mi dedico all’iniziatore della poesía negrista degli anni Trenta, il cubano Nicolás Guillén, e al portoricano a lui coevo, Luis Palés Matos.
Nel secondo capitolo, dedicato alla Colombia, tratto delle radici della negritud, della storia della schiavitù e della sua fine e di Candelario Obeso, Autore dei Cantos populares de mi tierra (1877) dell’ultimo trentennio dell’Ottocento, il primo a restituire dignità al popolo afrocolombiano, e a farlo in un gergo che mescolò lo spagnolo con le lingue africane, tanto che si rende necessaria, per la comprensione, il testo a fianco spagnolo.
Attorno alla figura e all’opera poetica di Obeso si è acceso un vivace dibattito; da molti è stato definito come il precursore della poesía negrista, l’anticipatore di Guillén. Senza voler togliere prestigio né originalità all’opera del poeta cubano, ho cercato inizialmente di mostrare la differenza di situazione in cui si trovarono i due poeti: mentre Guillén (e con lui gli altri scrittori negristi) cantò insieme ad altri Autori all’interno di una corrente, Obeso fu solo; i suoi Cantos furono una voce isolata che non rientrò in nessun contesto letterario istituzionalizzato. La sua opera fu un astro nascente che gli Autori della cosiddetta corrente negrista lessero nei decenni successivi. E, forse, senza Obeso questa letteratura non sarebbe stata tale.
Ho poi analizzato l’intera opera di Obeso, concentrandomi anche sulla differenza esistente fra le sue poesie, molto intime, imperniate sul tema dell’amore, visto in ogni sua possibile sfaccettatura, e quelle che sarebbero state l’effervescenza della poesía negrista del Novecento. Obeso parla dei suoi compaesani e del modo in cui vivono a Mompox (sua città natale), del loro umile lavoro e dei loro valori.
Considero quindi l’opera di Artel, afrocolombiano nato a Cartagena e Autore dei Tambores en la noche (1940). Inizialmente non considerato dalla critica, che riteneva che dopo Obeso non vi fosse alcun autore afrocolombiano capace di continuare una poesia sui neri, invece Artel fece conoscere la sua opera poetica ed ottenne numerosi premi e riconoscimenti. Riuscì così a scuotere le coscienze degli afrocolombiani senza rinchiudersi nell’intimità del suo luogo natio (come fece Obeso), ma oltrepassando i confini anche della stessa Colombia. Artel si confrontò con gli altri due importanti sostrati presenti nel Paese: quello indigeno e quello europeo, cercando di ricollegare queste radici fra loro. Si soffermò molto sulla sensualità femminile della donna afrocolombiana (cosa che fece anche Guillén, meno Obeso), sul tema del viaggio e anche sulla nostalgia verso l’Africa perduta (e da lui mai vissuta). Ho inoltre inserito la raccolta poetica di Artel, Poemas con botas y banderas (1972), per mostrare la continuazione del percorso di Artel: da Autore di poesía negrista a poeta impegnato politicamente e inserito nella protesta sociale.
Nell’ultimo capitolo affronto il negrismo in Manuel Zapata Olivella, romanziere di Lorica. Autore di molti romanzi, ne ho scelti tre in cui il tema della razza è presente e di grande interesse. Dopo En Chimá nace un santo (1963), tratto Chambacú, corral de negros (1963), in cui Zapata Olivella mostra uno spaccato dell’ingiustizia sociale, di cui sono vittime gli afrocolombiani abitanti a Chambacú, e la vita della famiglia della Cotena, una delle protagoniste di quest’opera. Infine, Changó el gran putas (1983), il romanzo forse più conosciuto dell’Autore, riconosciuto come un’opera completa e anche ambizioso, in quanto riguarda il ripasso storico della vita del nero, dalle sue origini africane alla partecipazione nel processo storico americano. È il romanzo della diaspora africana in America (quindi non solo in Colombia), che mostra la lotta per l’indipendenza contro la discriminazione razziale. Zapata Olivella sembra spiegare che, nonostante la fine della schiavitù, per gli afroamericani in generale era molto difficile liberarsi da quel senso di sottomissione e persecuzione che si trascinavano da secoli. Changó era la divinità più importante della religione africana degli yoruba, corposo gruppo di schiavi deportati in America. Era dio del cielo, del tuono, della luce e terzo re dello Stato dell’Oyo, in Nigeria. Una volta che fu detronizzato, punì tutta la comunità africana con l' "esilio” in America e quindi il castigo fu vissuto con dolore, ma anche come l’espiazione di un grave peccato. La storia vede intrecciarsi personaggi fittizi con uomini e donne che hanno contribuito al processo di emancipazione afroamericano, a partire da tempi remoti. Il messaggio che Zapata Olivella lascia è che la lotta deve essere continua, senza assestarsi su ciò che era già stato raggiunto.
L’intento del lavoro di tesi è stato quello di evidenziare l’enorme processo di emancipazione perseguito dagli africani durante i secoli. La conclusione che ne ho tratto è che, dalla Colombia e dai Caraibi, il concetto di negritud si possa applicare a tutta l’America. Questi tre Autori hanno concorso a formare una coscienza afrocolombiana ma, in un contesto più ampio, afroamericana. Nel sodalizio Africa/America è emersa la consapevolezza del proprio essere e la volontà di risvegliarlo.


Note biografiche sull’autrice
Eleonora Melani ha conseguito nel febbraio 2009 la laurea specialistica in Studi sulle Americhe presso l’Università degli studi di Firenze. Dalla sua tesi è stato estratto un saggio intitolato Manuel Zapata Olivella y la afrocolombianidad, in «Aurora Boreal», ottobre, 2009. A giugno 2010 ha vinto il primo premio al concorso per tesi sull’America Latina (a livello regionale), promosso dal Centro orientamento e iniziative America Latina del circolo Vie nuove di Firenze. È interessata a temi letterari relativi all’America Latina e soprattutto alla presenza del sostrato africano nei vari Paesi.


Per contattare l’autrice: Eleonora.melani [at] yahoo.it

Eleonora Melani

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